Telecamere nascoste contro i furti dei dipendenti, quando la ripresa regge in tribunale
Telecamere nascoste contro i furti dei dipendenti, le condizioni fissate da Cassazione e Corte europea perché le riprese valgano e un caso in un magazzino resi.

Un sabotaggio aziendale si riconosce quasi sempre da guasti e manomissioni che si ripetono negli stessi reparti, negli stessi turni o sugli stessi impianti, e chi danneggia di proposito i beni dell'azienda rischia il licenziamento per giusta causa, il risarcimento e, a seconda dei casi, conseguenze penali; per arrivare a un nome, però, servono accertamenti mirati, svolti con strumenti leciti e raccolti in una relazione che regga davanti a un giudice.
Quando un'azienda ci chiama per un sospetto sabotaggio, di solito il problema va avanti da settimane, se non da mesi, e chi telefona ha già provato tutte le spiegazioni ragionevoli; la macchina che si blocca sempre nello stesso turno è stata revisionata più volte, il tecnico esterno non ha trovato difetti, i cavi tranciati sono stati sostituiti e in reparto qualcuno ha cominciato a dire, a mezza voce, che forse l'usura non c'entra.
Il sabotaggio, di fatto, è il danneggiamento volontario dei beni dell'impresa da parte di chi ci lavora. Gli scopi possono essere i più diversi e conoscerli aiuta a capire dove guardare, perché c'è chi vuole semplicemente rallentare o fermare la produzione, chi provoca guasti e piccoli incidenti per mettere in cattiva luce l'organizzazione o il responsabile della sicurezza, chi mette fuori uso il sistema di rilevazione degli ingressi per sottrarsi ai controlli, e c'è anche chi apre un varco nei sistemi informatici per far uscire informazioni, con un danno che a quel punto non riguarda più soltanto un macchinario, un veicolo o un capannone.
Attenzione, però, a non vedere sabotatori dappertutto. Una macchina vecchia o una manutenzione fatta in fretta spiegano molti più fermi di quanti ne spieghi la malafede di un dipendente.
Quello che distingue il sabotaggio dalla sfortuna è la regolarità, nel senso che i danni non cadono a caso ma seguono uno schema; si ripetono nello stesso reparto, sugli stessi impianti, in certi turni e non in altri, oppure colpiscono proprio i dispositivi che servono a controllare, come i lettori dei badge o le telecamere. Il lavoro da cui partire, e che l'azienda può fare da sola con i dati che già possiede, è mettere in fila le date e gli orari dei guasti e confrontarli con i turni, con le presenze e con i registri degli accessi.
Spesso basta questo per restringere il campo a poche persone.
Con un sospetto ancora generico non si può andare molto oltre, e non per un eccesso di prudenza; un'indagine su un dipendente è possibile solo quando c'è un diritto preciso da tutelare, che qui è il patrimonio dell'azienda, e un sospetto concreto che sia stato violato, e un elenco di guasti che coincide sempre con i turni della stessa squadra è già un elemento concreto, mentre la sensazione del capo reparto, per quanto esperto, non lo è ancora.
Sul piano penale le norme che possono venire in rilievo sono diverse e vanno scelte caso per caso, con l'avvocato. C'è l'articolo 508 del codice penale, che riguarda sia chi invade od occupa l'azienda per impedire o turbare il normale svolgimento del lavoro sia chi danneggia edifici, macchine, scorte, apparecchi o strumenti destinati alla produzione; c'è il danneggiamento dell'articolo 635, che dopo il decreto legislativo 7 del 2016 resta reato solo se commesso con violenza o minaccia o su determinate categorie di beni, e negli altri casi comporta una sanzione pecuniaria civile oltre al risarcimento; quando poi il danno colpisce computer, server o programmi, entrano in gioco gli articoli 635-bis e seguenti sul danneggiamento di sistemi informatici.
Sul piano del rapporto di lavoro il discorso è più lineare. Chi danneggia di proposito i beni dell'azienda lede in modo grave la fiducia su cui il rapporto si regge, e il licenziamento per giusta causa ne è di regola la conseguenza, insieme al risarcimento del danno; resta però a carico del datore di lavoro l'onere di provare il fatto e di provare che a commetterlo sia stato proprio quel dipendente, ed è lì che cominciano le difficoltà vere.
L'errore che vediamo più spesso è quello dell'imprenditore che, esasperato, compra qualche telecamera e la nasconde da solo in reparto. Una ripresa fatta così, senza un fondato sospetto, senza limiti e magari puntata su tutto il personale, viene contestata subito dalla difesa del lavoratore e rischia di non poter essere usata in giudizio, e a quel punto si è speso tempo e denaro per perdere proprio la tutela che si cercava.
Le riprese, quando servono, si fanno in un altro modo. Devono essere mirate, cioè limitate nel tempo e nello spazio al punto in cui i danni si verificano, devono partire da un fondato sospetto e non possono mai riguardare spogliatoi e servizi; sono quei controlli che la giurisprudenza chiama difensivi, perché non servono a sorvegliare come lavorano le persone ma a scoprire un illecito che è già in corso.
Quando il danno riguarda macchinari a controllo elettronico o sistemi informatici la telecamera, da sola, dice poco. Serve l'analisi tecnica di specialisti che ricostruiscano quando e come un impianto o un sistema siano stati manomessi, e incrociando quei dati con le riprese e con i turni il quadro, nella maggior parte dei casi, si chiude.
Quello che emerge viene raccolto in una relazione finale che l'azienda e il suo avvocato possono usare per la contestazione disciplinare, per una denuncia alle autorità competenti o in un eventuale giudizio, e che l'investigatore può confermare come testimone; di quanto valga davvero davanti a un giudice abbiamo parlato nell'approfondimento sull'importanza della relazione investigativa. Le sanzioni possono andare dal richiamo al licenziamento per giusta causa, a seconda della gravità e di quello che si è riusciti a dimostrare.
Capita anche che l'accertamento scagioni la persona su cui si erano concentrati i sospetti, magari quella con cui c'erano stati più attriti, e per l'azienda è comunque un risultato utile, posto che una contestazione sbagliata costa una causa persa e un reparto in cui nessuno si fida più di nessuno.
Chiuso il caso, conviene chiedersi come sia stato possibile. Controlli regolari sulle attrezzature e sui sistemi informatici, procedure di sicurezza che i dipendenti conoscono davvero perché qualcuno gliele ha spiegate e una sorveglianza proporzionata ai rischi sono le misure che rendono più difficile ripetere lo stesso danno, e su questo lavora la nostra Divisione Compliance, di cui parliamo nella pagina dedicata a compliance e modello 231.
Su questo tema DDS svolge attività dedicate. Trova il servizio in Furti e frodi interne.
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