Il fornitore più caro che vince sempre e il sospetto di corruzione tra privati
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I furti in azienda commessi da dipendenti colpiscono soprattutto logistica, grande distribuzione, farmaceutica e moda, e possono giustificare il licenziamento per giusta causa anche quando il valore sottratto è modesto, perché a rompersi è il rapporto di fiducia. Per arrivarci l’azienda deve però provare il fatto, e le verifiche, telecamere nascoste comprese, sono ammesse solo come controlli difensivi dopo un fondato sospetto e nei limiti fissati dalla giurisprudenza.
Di solito tutto comincia da un inventario che non torna. Il gestionale segna un certo numero di pezzi, sullo scaffale ce ne sono meno, e la differenza si ripete un mese dopo l’altro con una regolarità che non si spiega con un errore di carico; a quel punto il titolare comincia a guardare con sospetto persone con cui lavora magari da vent’anni, e questo è il momento in cui si rischia di fare più danni, perché la tentazione di risolvere da soli, con una telecamera comprata online e montata di sera in magazzino, è molto forte.
I furti interni possono colpire qualunque impresa, grande o piccola, ma sono più frequenti dove la merce passa per molte mani ed è facile da rivendere, come nella logistica e nei trasporti, nella grande distribuzione, nella distribuzione farmaceutica, nell’alta moda e nella vendita al dettaglio di materiali per l’edilizia e il fai da te. Quello che sparisce cambia da un settore all’altro. Nei piazzali dei trasportatori è il carburante, a volte sono i bancali, nei negozi i capi di abbigliamento e le calzature, nei magazzini farmaceutici i farmaci, nelle ferramenta gli utensili e gli elettroutensili; e poi ci sono il denaro di cassa, i prodotti alimentari, le rimanenze, il materiale di consumo e perfino la cancelleria, che nessuno considera un furto finché non si fanno i conti a fine anno.
Accanto al furto vero e proprio c’è l’uso illecito dei beni aziendali, per esempio il furgone usato nei fine settimana per lavori propri o l’attrezzatura dell’officina impiegata per un’attività che con l’azienda non ha niente a che fare. Il danno economico è diverso, ma anche qui viene meno quella fedeltà verso il datore di lavoro di cui parla l’articolo 2105 del codice civile.
Sul piano disciplinare la giurisprudenza prevalente è piuttosto netta, nel senso che il furto, anche singolo e di modico valore, può giustificare il licenziamento per giusta causa, posto che la tenuità del danno non cancella la lesione del rapporto di fiducia; il giudice valuta però sempre in concreto la proporzionalità della sanzione rispetto alle circostanze, e soprattutto pretende che il fatto sia provato in modo rigoroso.
È proprio sulla prova che molte aziende inciampano. L’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori disciplina gli strumenti di controllo a distanza e non consente di sorvegliare i dipendenti in modo generalizzato, ma la giurisprudenza ammette i cosiddetti controlli difensivi, cioè verifiche mirate a scoprire un illecito, a condizione che nascano da un fondato sospetto basato su elementi concreti e che vengano dopo il suo insorgere, non prima. Una telecamera nascosta installata per prudenza quando ancora non c’era alcun sospetto, oppure lasciata a riprendere un intero reparto per mesi, oppure montata in uno spogliatoio, produce immagini che rischiano di essere dichiarate inutilizzabili, e l’azienda si ritrova ad aver speso tempo e denaro per perdere proprio la tutela che cercava.
Lo scopo è accertare il furto o l’appropriazione indebita e identificare con certezza chi lo commette, in modo che l’azienda possa decidere che cosa fare con elementi solidi in mano e non con un’impressione. Gli strumenti dipendono dal caso. Nei magazzini si usano spesso microcamere installate per un periodo limitato, solo dopo che il sospetto è emerso e mai in spogliatoi, servizi o locali di riposo, insieme a sistemi di localizzazione nascosti nella merce, che permettono di seguirne il percorso quando lascia l’azienda; lavorano da remoto e in tempo reale, e se il furto avviene mentre lo si sta osservando si può avvisare la Polizia Giudiziaria e farla intervenire in flagranza.
Nella nostra esperienza la parte più delicata è capire dove e quando guardare, e ci si arriva ascoltando bene il cliente e studiando turni, accessi, fornitori e uscite di servizio, in modo da concentrare l’osservazione nei momenti e nei punti giusti senza allargare il controllo più di quanto il sospetto consenta.
Con le prove in mano la decisione spetta all’azienda e ai suoi legali. Molte imprese, specie quando il dipendente ha una lunga anzianità o il danno è contenuto, preferiscono contestare l’illecito e cercare una soluzione concordata, che va trattata con prudenza, nel rispetto della libertà di scelta del lavoratore e senza rinunciare alla possibilità di agire in sede penale; altre scelgono la strada disciplinare, allegando alla contestazione il fascicolo d’indagine, e in genere l’esito è il licenziamento per giusta causa. Nei casi più gravi si presenta denuncia all’autorità giudiziaria.
Qualunque sia la scelta, ci si appoggia sulla relazione dell’investigatore, che deve essere scritta in modo da reggere anche davanti a un giudice, e come si costruisce lo spieghiamo nell’approfondimento sull’importanza della relazione investigativa.
Un consiglio pratico, prima ancora di pensare alle indagini, riguarda il magazzino. Inventari frequenti e a campione, procedure di carico e scarico rigorose e un sistema di videosorveglianza installato secondo le regole dello Statuto, con accordo sindacale o autorizzazione e con l’informativa ai lavoratori, rendono i furti più difficili e fanno emergere le differenze in poche settimane invece che a fine anno; anche spiegare al personale che cosa comporta sottrarre un bene aziendale, senza toni da caserma, ha il suo effetto. Quando invece i segnali sono già concreti, un’agenzia autorizzata permette di accertare i fatti con strumenti leciti e di documentarli in modo utilizzabile in giudizio.
Su questo tema DDS svolge attività dedicate. Trova il servizio in Furti e frodi interne.
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