Indagini difensive, l’altra metà della giustizia che l’Italia ignora

La giustizia italiana è tornata a interrogarsi dopo la sentenza della Corte d’Appello di Brescia, che ha confermato la condanna per rifiuto di atti d’ufficio dei pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, protagonisti del processo ENI–Nigeria.
Otto mesi di pena per non aver depositato documenti favorevoli alla difesa, tra cui prove che mettevano in dubbio la credibilità del principale testimone dell’accusa.

Oltre al caso specifico, la vicenda ha riacceso il dibattito su una profonda asimmetria del sistema giudiziario: la sproporzione tra la forza investigativa dell’accusa e quella della difesa.
La legge impone al pubblico ministero di cercare la verità “a favore e contro l’indagato”, ma nella realtà il baricentro resta quasi sempre spostato verso l’accusa.
Eppure, esiste uno strumento che da oltre vent’anni potrebbe riequilibrare davvero le parti: le indagini difensive, previste dall’art. 391-bis del Codice di procedura penale.

Cosa sono le indagini difensive

Dal 2001 gli avvocati possono svolgere indagini proprie, raccogliendo elementi di prova tramite professionisti abilitati a operare in ambito penale.
Non si tratta di un’appendice del processo, ma di una garanzia fondamentale: permettono alla difesa di ricercare prove, ascoltare testimoni e acquisire documenti con pieno valore processuale, assicurando un effettivo equilibrio tra le parti.

Questo diritto è però ancora poco esercitato. Molti studi legali ricorrono di rado alle indagini difensive, complice una cultura giuridica che considera la scoperta dei fatti prerogativa esclusiva della magistratura. È una visione superata, che rischia di svuotare di significato il principio costituzionale del giusto processo, fondato su un reale contraddittorio tra accusa e difesa.

Le indagini difensive vengono ancora considerate un’eccezione, utilizzate da pochi studi legali e da un numero limitato di investigatori specializzati. In Italia si continua a pensare che solo la magistratura e la polizia giudiziaria abbiano il compito di scoprire i fatti, mentre la difesa deve limitarsi a contestare.

È una visione superata, che rischia di svuotare di senso il principio del giusto processo.

Quadro normativo

Il Codice di procedura penale, con l’articolo 391-bis, riconosce al difensore la possibilità di svolgere attività investigativa autonoma, raccogliendo informazioni e prove utili alla causa.
Parallelamente, l’articolo 222 delle disposizioni di attuazione del c.p.p. stabilisce che tali attività possano essere affidate solo a investigatori privati autorizzati dalla Prefettura.

Questi professionisti, formati sul piano tecnico e giuridico, operano nel rispetto di regole procedurali rigorose. Le prove raccolte attraverso un’investigazione difensiva hanno valore probatorio pieno e possono essere inserite nel fascicolo processuale come elementi a discarico, al pari di quelli prodotti dall’accusa.

Nonostante la sua importanza, lo strumento delle indagini difensive è ancora visto come un’eccezione. Le cause sono principalmente culturali: mancano la consapevolezza e la formazione necessarie per considerare la difesa un soggetto realmente attivo nella ricerca della verità.
In altri Paesi europei, l’investigazione di parte è una prassi consolidata, capace di prevenire errori giudiziari e riequilibrare il processo.

Un maggiore ricorso a questo strumento renderebbe più efficiente l’intero sistema, riducendo tempi, costi e rischi di condanne ingiuste.

Il ruolo dell’investigatore penale autorizzato

Le indagini difensive non si improvvisano. Solo gli investigatori privati iscritti e autorizzati possono svolgere attività penali su incarico di un avvocato.
Si tratta di professionisti che conoscono le regole procedurali, la normativa sulla privacy e i limiti di ammissibilità delle prove.
Il loro compito non è “inventare alibi”, ma verificare la solidità delle indagini dell’accusa, riesaminando testimonianze, ricostruendo cronologie e evidenziando incongruenze.

Molti casi giudiziari hanno dimostrato come l’intervento di un investigatore penale di parte possa far emergere errori, omissioni o prove a discarico ignorate in precedenza, restituendo equilibrio al processo.

Indagini difensive e professionalità

L’efficacia delle indagini difensive dipende dalla qualità del lavoro svolto: competenza, metodo e rigore sono essenziali per trasformare l’attività investigativa in una risorsa per la verità.
Collaborazioni strutturate tra studi legali e investigatori qualificati consentono di integrare competenze giuridiche e tecniche, costruendo dossier probatori solidi e trasparenti.

Solo un approccio professionale, condotto nel rispetto delle regole, può assicurare che la difesa disponga degli stessi strumenti dell’accusa e che la ricerca della verità sia davvero completa.

Il diritto di indagare anche per la difesa

Il caso ENI–Nigeria dimostra che anche chi accusa può sbagliare. In un sistema equo, il controllo reciproco tra accusa e difesa è l’unico antidoto agli errori giudiziari.
Le indagini difensive non servono a “vincere” il processo, ma a garantirne la correttezza e la credibilità.

In Italia non serve una nuova riforma: serve più consapevolezza. Perché la giustizia non è un monologo, ma un dialogo.
E quel dialogo ha senso solo se entrambe le parti possono cercare la verità con le stesse possibilità, la stessa competenza e la stessa determinazione.